Denunciare o non denunciare? La popolazione musulmana di fronte alla discriminazione
Il «numero oscuro» delle discriminazioni
In Europa, un’ampia indagine del 2017 ha rivelato che oltre un terzo delle persone appartenenti a minoranze etniche (comprese quelle religiose) e di origine migratoria dichiara di aver subito discriminazioni nell’ultimo anno. Di queste numerose persone, solo una su otto (12%) ha deciso di segnalare l’episodio a un ente specializzato o di adire le vie legali. Questo divario tra l’entità delle discriminazioni subite e la percentuale di casi effettivamente segnalati corrisponde al tasso di sottosegnalazione, comunemente chiamato «cifra nascosta» delle discriminazioni.
Il fenomeno della mancata segnalazione costituisce una sfida importante per le politiche pubbliche che mettono in atto sistemi di segnalazione con l’obiettivo di misurare e combattere le discriminazioni. Pertanto, i rapporti che presentano il numero di episodi razzisti segnalati sono certamente importanti, ma trattano solo la punta dell’iceberg. Pertanto, riuscire a misurare il tasso di mancata segnalazione e cercare di spiegarlo è fondamentale per comprendere i fenomeni di discriminazione.
Misurare la mancata segnalazione in Svizzera
In Svizzera, un’indagine dell’Ufficio federale di statistica indica che un terzo dei musulmani di età superiore ai quindici anni ritiene di essere stato vittima di discriminazione nel 2019, il che rappresenta circa 136’000 persone. Poiché la discriminazione basata sull’appartenenza religiosa è punibile penalmente e perseguita d’ufficio (articolo 261bis del Codice penale), quante di queste decine di migliaia di persone hanno segnalato la propria esperienza o, addirittura, sporto denuncia penale?
Dall’adozione di questa norma penale nel 1995, a seguito della ratifica della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, la Svizzera si è dotata di una commissione federale contro il razzismo e di centri di consulenza per le vittime di razzismo a livello cantonale. Questi centri assistono e registrano le segnalazioni che ricevono in una banca dati ( DoSyRa ); pubblicano annualmente rapporti basati su questi dati (Lindemann, 2021). In alcune comunità esistono anche rare strutture che svolgono un lavoro simile. Parallelamente, una banca dati raccoglie tutte le sentenze relative all’articolo 261bis. Il divario tra il numero di casi di discriminazione denunciati (rilevati da questi strumenti) e la percentuale della popolazione che si ritiene vittima di discriminazione (rilevata tramite indagini demografiche) permette di quantificare il «numero oscuro» dei casi di discriminazione in Svizzera.
I musulmani segnalano meno casi rispetto ai loro omologhi di fede ebraica
Nel 2019, uno studio ha permesso di stimare la percentuale di persone che hanno effettivamente segnalato un episodio o sporto denuncia (Lindemann & Stolz, 2022). Mentre 136’000 musulmani dichiarano di aver subito una forma di discriminazione nel corso di quell’anno, i centri di consulenza hanno registrato 55 segnalazioni e le procure hanno emesso 4 sentenze relative a casi di discriminazione nei confronti di questa popolazione. In altre parole, si può stimare che un musulmano o una musulmana che si senta discriminato/a segnalerà l’incidente a un centro specializzato nello 0,04% dei casi e lo denuncerà alle autorità (di polizia o giudiziarie) nello 0,003% dei casi. Le discriminazioni subite dai musulmani e dalle musulmane sono quindi ampiamente sottostimate.
Questo «numero oscuro» delle discriminazioni nei confronti dei musulmani è particolarmente elevato o è simile a quello di altre minoranze? Per scoprirlo, lo stesso studio ha confrontato il caso della popolazione musulmana con quello della popolazione ebraica. Per quest’ultima, si stima che circa 5’200 persone ritengano di aver subito discriminazioni (Figura 1), ovvero anch’esse un terzo di questa popolazione, mentre le strutture specializzate (sia i centri di consulenza cantonali che i centri gestiti dalle comunità ebraiche) hanno registrato 57 segnalazioni e le autorità giudiziarie 12 casi giudiziari. Ciò porta la probabilità di segnalare un caso di antisemitismo all’1,098% e quella di sporgere denuncia allo 0,231%, ovvero rapporti rispettivamente 27 e 77 volte superiori a quelli dei musulmani.

Le discriminazioni sono quindi subite da una fetta altrettanto significativa della popolazione ebraica; anche in questo caso sono ampiamente sottostimate, ma in misura minore rispetto a quanto avviene per i musulmani. Questo dato non è del resto specifico del 2019, poiché un’analisi dei dati su più anni mostra un numero più elevato (e occasionalmente simile) di segnalazioni e casi portati davanti alle procure nella popolazione ebraica rispetto a quella musulmana, nonostante quest’ultima sia più numerosa.
Quattro ragioni principali di questo divario
Come si spiega che, tra due minoranze religiose che riportano lo stesso tasso di esperienze di discriminazione, una sia significativamente meno incline a denunciarle rispetto all’altra? Le interviste ad esperti (responsabili di centri di consulenza e rappresentanti delle comunità musulmane ed ebraiche) hanno permesso di individuare quattro fattori che potrebbero spiegare questa differenza.
La discriminazione come fatalità
In primo luogo, gli esperti intervistati nell’ambito dello studio sottolineano un certo fatalismo tra i musulmani, che sembra essere meno marcato tra i loro omologhi di fede ebraica. Infatti, gli esperti indicano che i musulmani «credono che non serva a nulla parlare» e che, anche denunciando un episodio, «non otterrebbero assolutamente nulla» (esperto comunitario intervistato, N. 06[1] ). Al contrario, tra le vittime ebree, la percezione di una possibilità di successo sembra più positiva. Sebbene le analisi dimostrino che la probabilità che una denuncia sfoci in una condanna sia la stessa sia che la vittima sia musulmana o ebrea, resta il fatto che il numero assoluto di condanne è più elevato nel secondo caso; i membri delle comunità ebraiche sono quindi più esposti a esempi di denunce coronate da successo rispetto alle comunità musulmane, il che potrebbe spiegare questa maggiore fiducia nell’esito di una denuncia.
Rifiutare lo status di vittima
D’altra parte, lo status di «vittima» viene considerato in modo diverso da una comunità all’altra, con una tendenza generalizzata a evitare tale status nelle comunità musulmane. Numerosi estratti delle interviste dimostrano infatti che sia le persone vittime di discriminazioni sia i responsabili delle organizzazioni musulmane mostrano una grande riluttanza a «lamentarsi» (esperto/a della comunità intervistato/a, N12) e a trovarsi «in una posizione di vittima» (esperto/a della comunità intervistato/a, N03), rendendo un’azione di denuncia meno probabile o socialmente più onerosa. Al contrario, i responsabili delle comunità ebraiche non affrontano mai la questione in questi termini, incoraggiando piuttosto la lotta contro la discriminazione.
Struttura della popolazione musulmana e rapporto con le autorità
In terzo luogo, alcuni fattori strutturali consentono di spiegare la minore propensione a segnalare episodi di discriminazione nella popolazione musulmana, in particolare il fatto che essa sia frutto di una migrazione recente, con il 70% dei suoi membri nato all’estero (UFS, 2020). Pertanto, per una parte di questa popolazione, possono presentarsi diversi ostacoli all’accesso alle informazioni sui propri diritti e all’esistenza dei centri di consulenza a causa di difficoltà linguistiche o di una certa precarietà sociale. Gli esperti rilevano inoltre una mancanza di fiducia nelle strutture e nelle autorità (esperienze difficili con le autorità del paese d’origine o timori di ripercussioni sul permesso di soggiorno). Questa ipotesi è del resto corroborata dal fatto che i centri cantonali sembrano ricevere un numero maggiore di segnalazioni da parte di persone di seconda generazione (nate in Svizzera). La situazione è diametralmente opposta per la popolazione ebraica, che solo in misura minoritaria proviene da un contesto migratorio (Baumann & Stolz, 2009).
Strutture comunitarie professionalizzate
Infine, il fattore organizzativo, ovvero le risorse e le opportunità messe a disposizione dalle organizzazioni comunitarie, è fondamentale per comprendere il numero particolarmente basso di segnalazioni all’interno della popolazione musulmana. Infatti, va sottolineato che le comunità ebraiche dispongono di due strutture specializzate nella registrazione delle segnalazioni e nel monitoraggio delle situazioni, che pubblicano rapporti annuali analogamente ai centri cantonali. Il fatto che la maggior parte delle segnalazioni di antisemitismo registrate provenga da queste organizzazioni denota non solo la specializzazione di tali strutture, ma anche la grande fiducia che le persone ripongono in esse.
Al contrario, le comunità musulmane non dispongono di strutture analoghe, ad eccezione del centro di sostegno della Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (FOIS), per il quale mancano dati quantitativi che consentano un confronto. Se una persona musulmana vittima di discriminazione non ripone fiducia nei centri cantonali, le alternative a cui rivolgersi risultano quindi limitate. Questa mancanza di fiducia è stata sollevata da numerosi esperti, sia per motivi legati al loro legame con le autorità cantonali, sia per una mancanza di specializzazione nelle questioni relative alla discriminazione nei confronti dei musulmani in particolare.
Suggerimenti per la lotta contro le discriminazioni
Alcuni responsabili musulmani hanno del resto espresso la volontà di «cercare di fare ciò che fa la comunità ebraica: sono più organizzati, dispongono di statistiche proprie» (esperto/a della comunità intervistato/a, N. 09). La FOIS ha infatti istituito un centro di supporto per segnalare una situazione (tramite la ReportApp) e ottenere consulenza da un’esperta in diritto. Nel 2018, un primo rapporto di attività riportava 60 casi registrati di ostilità nei confronti dei musulmani, pari al totale delle segnalazioni registrate dai centri cantonali. Sebbene questa informazione manchi di dettagli per confrontare i dati analizzati nello studio e non sia stato pubblicato alcun rapporto di attività da allora, si può comunque formulare l’ipotesi secondo cui la professionalizzazione della gestione dei casi di discriminazione all’interno delle comunità musulmane porterebbe probabilmente a un aumento delle segnalazioni.
Questi risultati suggeriscono che, per combattere meglio le discriminazioni e sostenere in modo più efficace le vittime, le strutture statali potrebbero trarre vantaggio da una maggiore collaborazione con le comunità, al fine di favorire l’instaurazione di un clima di fiducia e, reciprocamente, incoraggiare le comunità a professionalizzare i propri sistemi. D’altra parte, le statistiche relative ai casi segnalati e ai procedimenti giudiziari devono essere interpretate con cautela, poiché non forniscono informazioni dirette sul livello effettivo di discriminazione nei confronti di una minoranza.
[1] Le interviste agli esperti e alle esperte condotte nell’ambito dello studio sono state rese anonime e numerate; la lettera «N» indica i responsabili delle associazioni etnico-religiose, mentre la lettera «E» indica il responsabile dei centri cantonali.
Bibliografia
Letteratura
- Baumann, M., & Stolz, J. (2009). La diversité religieuse en Suisse: chiffres, faits et tendances. In M. Baumann & J. Stolz (Eds.), La nouvelle Suisse religieuse. Risques et chances de sa diversité (pp. 44-71). Genève: Labor et Fides.
- European Union Agency for Fundamental Rights. (2017). Second European Union Minorities and Discrimination Survey. Main results. Luxembourg.
- Lindemann, A., & Stolz, J. (2022). To speak out or not to speak out? Exploring the reporting of discrimination among Muslims and Jews in Switzerland. Journal of Ethnic and Migration Studies.
- Lindemann, A. (2021). Pratiques des centres de conseil et incidents racistes en Suisse romande : entre diversité, complexité et objectifs communs, dans À l’écoute des personnes confrontées au racisme, Lausanne : Bureau cantonal pour l’intégration des étrangers et la prévention du racisme.
- Office fédéral de la statistique. (2020). Pratiques et croyances religieuses et spirituelles en Suisse. Neuchâtel.
Per approfondire
Letteratura
- Baier, D. (2020). Erfahrungen und Wahrnehmungen von Antisemitismus unter Jüdin-nen und Juden in der Schweiz. Institut für Delinquenz und Kriminalprävention.
- European Union Agency for Fundamental Rights. (2017b). Second European Union Minorities and Discrimination Survey. Muslims – Selected findings.
- Kaiser, C. R., & Miller, C. T. (2001). Stop Complaining! The Social Costs of Making Attributions to Discrimination. Personality and Social Psychology Bulletin, 27(2), 254-263.
- Lindemann, A., & Stolz, J. (2021). Perceived discrimination among Muslims and its correlates. A comparative analysis. Ethnic and Racial Studies, 44(2), 173-194.
- Office fédéral de la statistique. (2019). Enquête sur le vivre ensemble en Suisse (VeS): Résultats 2018.
- Simon, P. (2005). The measurement of racial discrimination: the policy use of statistics. International Social Sciences Journal, 57(183), 9-25.
