Il razzismo antimusulmano in Svizzera

Il razzismo antimusulmano è una realtà quotidiana per molte persone musulmane o percepite come tali. Un’analisi condotta dall’Ufficio federale di statistica mostra che la popolazione tende ad avere un atteggiamento più negativo nei confronti delle persone musulmane rispetto ad altri gruppi sociali (UST 2021:6). Il 34% della popolazione nutre stereotipi fortemente negativi nei loro confronti. Nel 2019, il 35% delle persone musulmane ha dichiarato di essere stata vittima di discriminazione razziale in almeno una situazione concreta in Svizzera (UST 2020:28). Il 69,8% di queste persone indica la nazionalità e il 68,7% menziona la religione come motivi della discriminazione (UST 2023). Questo articolo mira a illustrare che cos’è il razzismo antimusulmano, come funziona, dove si manifesta nei discorsi mediatici e politici e quale impatto ha sulla realtà quotidiana delle persone toccate.

Che cos’è il razzismo antimusulmano e come si manifesta?

Il razzismo antimusulmano è una forma di razzismo culturale o neo-razzismo che prende di mira le persone musulmane. Colpisce inoltre anche persone che non si identificano come musulmane: pur non essendo di fede musulmana, queste persone vengono percepite come tali a causa del loro nome, della loro origine o del loro aspetto (barba lunga, velo o turbante, ecc.). Il razzismo antimusulmano funziona in modo analogo ad altre forme di razzismo e affonda le proprie radici in una lunga tradizione strettamente legata alla storia coloniale europea. In questo processo, un gruppo sociale è stato ed è tuttora costruito come “altro”, estraneo e non appartenente.

Il razzismo antimusulmano si costruisce, in primo luogo, attribuendo alle persone musulmane determinate caratteristiche sulla base dell’origine, la religione o la cultura. Queste persone sono sospettate collettivamente di essere retrograde, violente, incapaci di autonomia, antidemocratiche, sessiste, omofobe e antisemite. In secondo luogo, si caratterizza per la creazione di un’identità collettiva: si presume infatti che tutte le persone musulmane, o la maggioranza di esse, presentino queste stesse caratteristiche. In terzo luogo, si costruisce attraverso una delimitazione, che sottolinea come le persone musulmane siano diverse rispetto al proprio gruppo di appartenenza. Le persone che subiscono questo processo di «razzializzazione» vengono svalutate e hanno quindi spesso difficoltà ad accedere a settori importanti della società. Il razzismo antimusulmano può in particolare comportare discriminazioni nella vita quotidiana, nella ricerca di un alloggio o di un lavoro, e può anche sfociare in atti di violenza e attacchi contro persone o istituzioni musulmane. Ciò che viene considerato come «conoscenza» sulle persone musulmane è spesso veicolato attraverso la letteratura, la musica, l’arte, la scienza, i libri di testo, la cultura popolare e, soprattutto, attraversi i media e il dibattito politico.

Razzializzazione delle persone musulmane nei discorsi mediatici e politici

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 costituiscono un evento di portata globale, che ha esercitato un’influenza determinante sul discorso pubblico riguardante le persone musulmane in Svizzera. Da allora musulmane e musulmani sono rappresentati più spesso come un problema nei media. La radicalizzazione e il terrorismo sono stati messi in primo piano in modo sempre più marcato, al punto che nei primi sei mesi del 2017 un contributo mediatico su due dedicato all’islam e alle persone musulmane in Svizzera verteva su questi temi (Ettinger, 2018:14–15). Per quanto riguarda le notizie sul terrorismo, prevale una rappresentazione indifferenziata, che non opera una distinzione esplicita tra persone musulmane e terroristi. Di conseguenza, i dibattiti pubblici sull’islam e sulle persone musulmane sono fortemente caratterizzati da una cosiddetta «securitizzazione», ovvero dall’inquadramento di un fenomeno come minaccia (Buzan, Wæver & de Wilde 1998). Ciò porta a distinguere tra persone musulmane «buone» e «cattive» (Mamdani 2004).

Le persone musulmane vengono rese oggetto di discussione pubblica anche nell’ambito di iniziative, votazioni e interventi politici, e vengono inoltre razzializzate. Alle Camere federali è stato presentato un numero relativamente elevato di interventi parlamentari riguardanti l’islam e le persone musulmane (Istituto di diritto delle religioni 2024). L’approvazione in Svizzera, alla fine di novembre 2009, dell’iniziativa popolare «Contro l’edificazione di minareti» costituisce un esempio lampante di razzismo antimusulmano a livello costituzionale. Il dibattito nazionale che ha preceduto tale divieto ha contribuito in modo determinante a far sì che le persone musulmane fossero percepite come un problema in Svizzera. Ha inoltre fortemente alimentato l’idea che fosse necessario limitare nettamente la visibilità sociale e politica delle loro forme di espressione e delle loro pratiche culturali e religiose (Gianni 2016:28). L’approvazione tramite votazione dell’iniziativa «Sì al divieto di dissimulare il proprio viso» all’inizio del 2021 è un altro evento di grande rilevanza a livello nazionale. A differenza dell’iniziativa popolare «Contro l’edificazione di minareti», il testo di questa iniziativa era redatto in termini generali, chiedendo che fosse vietato a chiunque in Svizzera coprirsi il volto. Tuttavia, contrariamente a queste formulazioni generali, i dibattiti che hanno preceduto la votazione si sono concentrati quasi esclusivamente sulle persone musulmane e sulle donne musulmane in particolare.

A livello cantonale, l’islam è anche, e di gran lunga, la religione che suscita il maggior numero di discussioni e controversie (Amman e Pahud de Mortanges 2019).  Tra il 2010 e il 2016, sono stati presentati diversi atti parlamentari per un divieto del velo nella Svizzera romanda, mentre in Ticino, nel 2013, e nel Cantone di San Gallo, nel 2018, è stato introdotto il divieto di dissimulare il proprio viso. Nel Cantone di Ginevra, è stata approvata nel 2018 la cosiddetta legge sulla laicità, che vieta a tutte le persone impiegate nel settore pubblico di indossare segni visibili di appartenenza religiosa. Analogamente al divieto nazionale di dissimulazione del volto, la disposizione si applica in linea di principio a tutte le persone. Di fatto, tuttavia, colpisce principalmente le donne che indossano il velo.

Il razzismo antimusulmano, una sfida di natura strutturale e intersezionale

I discorsi mediatici e politici citati hanno conseguenze dirette sulla vita delle persone toccate. Si riscontrano alti tassi di discriminazione nei confronti delle persone musulmane, in particolare nel mondo del lavoro: uno studio condotto dall’Università di Losanna ha dimostrato che queste ultime corrono un rischio 2,4 volte maggiore di rimanere disoccupate rispetto alle persone non musulmane (Lindemann e Stolz 2018:156). Il rischio è particolarmente marcato per chi ha una laurea o un titolo di istruzione superiore. Ciò dimostra che il razzismo antimusulmano è un problema strutturale, poiché non si manifesta solo nelle opinioni o nelle azioni di alcune persone, ma emerge in modo sistematico in ambiti importanti della vita, come il lavoro, la formazione o la salute.

Uno studio pubblicato in Germania indica che soprattutto le donne che indossano il velo sono svantaggiate sul mercato del lavoro: una donna con un cognome turco che indossa il velo deve inviare 4,5 volte più candidature rispetto a una candidata con un cognome tedesco che non indossa il velo (Weichselbaumer 2016:17). Nell’ambito della formazione professionale, è stato dimostrato che per le donne che indossano il velo è difficile trovare un posto di apprendistato anche in presenza di ottimi risultati scolastici (Gasser 2020:276). L’accesso alla formazione risulta ancora più complicato se a ciò si aggiungono altre dimensioni di differenza, come il corpo (ad esempio il colore della pelle), l’appartenenza a una determinata classe sociale o un percorso migratorio. Una ricerca ha permesso di illustrare come una giovane donna Nera che indossa il velo sia «esposta quasi quotidianamente ad atteggiamenti ostili di razzismo nella vita quotidiana» (Gasser 2020:225). Ciò mostra come diverse dimensioni della differenza siano intrecciate tra loro e possano rafforzarsi reciprocamente.

Le persone musulmane come oggetto di proiezioni sociali

I discorsi sull’islam e sulle persone musulmane mostrano come vengono alimentati scenari di minaccia legati a una presunta «islamizzazione» della Svizzera, nonché come siano riprodotti stereotipi relativi a una presunta sovrappopolazione straniera e infiltrazione da parte delle persone musulmane. Mentre le donne musulmane vengono presentate come retrograde e prive di autodeterminazione e l’uomo musulmano viene rappresentato come sessista, l’uguaglianza di genere viene attribuita alle cittadine e ai cittadini svizzeri non musulmani come se fosse una loro caratteristica distintiva. In questo modo, le questioni relative alla sicurezza, al fondamentalismo, alla violenza o alla discriminazione di genere vengono presentate come un problema esclusivamente musulmano; tali tematiche, vengono, in un certo senso, «islamizzate». La proiezione di problematiche che riguardano l’intera società sulle persone musulmane è funzionale alla società maggioritaria, in quanto la solleva dalla propria responsabilità. Il fatto che le donne svizzere continuino a essere svantaggiate può così essere sistematicamente ignorato e il sessismo delle persone svizzere può essere considerato un problema individuale, mentre quello delle persone musulmane viene interpretato come una caratteristica essenziale, «innata». È pertanto importante sviluppare una comprensione del funzionamento e delle conseguenze del razzismo antimusulmano, al fine di poter identificare e contrastare le attribuzioni e le esperienze di discriminazione vissute dalle persone musulmane e dalle persone percepite come musulmane in Svizzera.

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Asmaa Dehbi

Asmaa Dehbi è dottoranda e assistente diplomata presso il Centro Svizzero [glossary_exclude]Islam[glossary_exclude] e Società dell’Università di Friburgo. Le sue ricerche riguardano il lavoro sociale nelle società attraversate dalle migrazioni, la professionalità socio-pedagogica e il razzismo antimusulmano.

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