Il razzismo antimusulmano in Svizzera visto attraverso la lente del Centro di ascolto specializzato DIAC

Nel 2025, 92 persone si sono rivolte allo Sportello e Osservatorio DIAC contro il razzismo antimusulmano (Permanence et Observatoire DIAC contre le racisme antimusulman) di Ginevra. Nel primo semestre del 2026, si contano già oltre 120 situazioni. Che cosa ci indicano tali dati sui meccanismi di questa forma di discriminazione in Svizzera e sul modo in cui colpisce specificamente le donne?

Introduzione

Dal 2023, lo Sportello e Osservatorio “Dall’individuale al collettivo” (DIAC) documenta, in Svizzera, le situazioni di razzismo antimusulmano segnalate da vittime, persone a loro vicine o testimoni. Il presente articolo si propone di presentare e analizzare i principali risultati quantitativi del rapporto di attività 2025 dello Sportello, nonché i dati relativi al primo semestre del 2026, ponendo l’accento sulla dimensione di genere di questa forma di razzismo, così come emerge concretamente dai casi trattati, principalmente nella Svizzera romanda.

Casi in aumento in tutta la Svizzera

Nel 2025, lo Sportello DIAC ha registrato 92 segnalazioni di razzismo antimusulmano, un numero stabile rispetto al 2024 (106 casi). Le persone che contattano lo Sportello provengono principalmente dai cantoni di Ginevra e Vaud, ma vengono segnalati episodi anche da Berna, da Friburgo, dal Vallese, da Neuchâtel e persino dall’estero. I contatti avvengono prevalentemente a distanza, per telefono, e-mail o tramite messaggistica, consentendo a DIAC di rimanere accessibile a persone che non hanno né il tempo né i mezzi per recarsi sul posto.

Nel 2025, la Rete nazionale dei centri di consulenza per le vittime di razzismo (www.network-racism.ch) ha constatato un aumento dei casi di razzismo antimusulmano nella maggior parte dei cantoni. In linea con questa tendenza, lo Sportello DIAC ha registrato un’impennata delle segnalazioni nei primi sei mesi del 2026. Con oltre 120 casi nella prima metà dell’anno, i 92 casi dell’intero 2025 sono già stati superati. Questo aumento può essere spiegato sia dalla maggiore notorietà dello Sportello DIAC e dei centri di consulenza della rete, sia dall’esistenza di un razzismo sempre più manifesto, ma anche da un empowerment delle persone musulmane, che riacquistano fiducia nella possibilità di agire contro il razzismo e segnalano maggiormente le proprie esperienze.

Chi sono le persone che testimoniano?

Delle 92 persone ascoltate nel 2025, 88 sono vittime dirette, mentre le altre sono persone vicine, testimoni o professioniste/i. Un dato emerge con particolare evidenza dall’analisi dello statuto amministrativo delle persone colpite: il 59% ha la cittadinanza svizzera e un’ampia maggioranza dispone di uno statuto di soggiorno stabile (permesso C, permesso B o cittadinanza svizzera). La segnalazione di una discriminazione appare più frequente tra le persone con un livello di istruzione più elevato e una maggiore conoscenza dei propri diritti. Ciò significa che i casi documentati rappresentano probabilmente solo una parte delle situazioni realmente vissute in Svizzera, poiché tra le persone che testimoniano sono sovrarappresentate quelle che dispongono delle risorse e della fiducia necessarie per intraprendere una procedura.

Per quanto riguarda l’età, la maggioranza delle persone toccate (58,1%) ha tra i 25 e i 65 anni. La maggior parte delle situazioni segnalate riguarda quindi l’ambito professionale e una fascia di popolazione che conosce meglio i propri diritti e dispone degli strumenti per difenderli. Le persone tra i 17 e 25 anni rappresentano il 20,3% dei casi, mentre le persone minorenni il 10,8%, una percentuale che DIAC ritiene sottostimata, considerate le difficoltà strutturali nel raccogliere le testimonianze di bambini, bambine e adolescenti, in particolare in ambito scolastico.

Una discriminazione di genere: le donne in prima linea

Il dato più significativo del rapporto 2025 riguarda senza dubbio la ripartizione per genere delle vittime di razzismo antimusulmano: il 71,8% è rappresentato da donne, a fronte del 25,6% di uomini (per il restante 2,6% l’informazione non è disponibile). Nel 46,2% dei casi documentati, DIAC ha potuto stabilire un legame diretto tra la discriminazione subita e il genere della persona colpita, in particolare nei casi in cui la discriminazione è riconducibile al fatto di indossare il velo.

Questo fenomeno è indicato, nella letteratura specialistica, con il termine di “islamofobia di genere”: una forma di violenza che si colloca all’intersezione tra razzismo e sessismo e che colpisce in particolare il porto del velo, l’aspetto fisico e l’autodeterminazione religiosa delle donne musulmane. Il concetto di intersezionalità, sviluppato dalla giurista Kimberlé Crenshaw, permette di comprendere come queste donne siano esposte simultaneamente al sessismo e al razzismo, in una combinazione che non può essere ricondotta separatamente all’uno o all’altro e che dà luogo a una nuova forma di discriminazione.

In Svizzera, diverse disposizioni di legge contribuiscono ad rafforzare questa esposizione: il divieto cantonale di indossare simboli religiosi per le persone impiegate nel settore pubblico a Ginevra, il divieto federale di dissimulare il volto (cosiddetto “anti-burqa”) e i divieti locali di indossare il burkini in alcune piscine. Il rapporto DIAC sottolinea inoltre che i casi ginevrini, nei quali la legge sulla laicità dello Stato vieta a funzionarie e funzionari di indossare segni religiosi, figurano tra quelli più complessi e dispendiosi in termini di tempo per l’équipe del Centro.

Il mondo del lavoro e la scuola, terreno fertile per la discriminazione

Tra tutti gli ambiti nei quali sono state segnalate situazioni di discriminazione, quello lavorativo si colloca nettamente al primo posto: il luogo di lavoro e il mercato del lavoro (assunzioni, colloqui). Il rapporto introduce tuttavia una precisazione rispetto a questo risultato: non significa necessariamente che il mondo professionale concentri il maggior numero di discriminazioni, ma piuttosto che si tratta dell’ambito in cui le persone si sentono maggiormente in condizione di testimoniare.

Il settore scolastico si colloca al secondo posto e comprende in particolare la scuola dell’obbligo e gli istituti universitari. Il rapporto documenta, ad esempio, due situazioni contrastanti verificatesi nel 2025 in istituti scolastici: in una, un istituto scolastico ha scelto di insabbiare i fatti segnalati e di avviare procedimenti contro la famiglia denunciante; nell’altra, la direzione è intervenuta rapidamente, ha sanzionato le persone responsabili e ha ristabilito un clima di fiducia. Per DIAC, questa differenza di trattamento non dipende dalla gravità dei fatti, ma dalla volontà istituzionale di assumersi le proprie responsabilità.

Lo spazio pubblico, i negozi, i luoghi di svago aperti al pubblico e Internet (solo quando una persona è direttamente presa di mira e non in riferimento alla totalità dei commenti islamofobi) completano questo quadro, insieme alle segnalazioni riguardanti la polizia e diverse amministrazioni.

Quali sono gli effetti degli interventi di DIAC?

Delle 92 consulenze per le quali è stato registrato un esito, 43 sono state ritenute utili dalla persona segnalante e alcuni conflitti sono stati risolti direttamente grazie all’intervento di DIAC. Il rapporto illustra questa constatazione attraverso un caso concreto: quello di una madre e delle sue due figlie minorenni, umiliate in un consolato europeo nella Svizzera romanda, dove era stato loro chiesto di togliersi il velo per una foto del passaporto. Un intervento giuridico tempestivo ha permesso di ottenere, in 48 ore, la riemissione gratuita dei documenti e delle scuse ufficiali.

Altre situazioni, invece, non hanno avuto un esito favorevole, soprattutto a causa del timore di ritorsioni o dell’esaurimento psicologico e finanziario causato da procedure lunghe. DIAC rileva che, anche quando l’esito concreto non è favorevole, le persone accompagnate esprimono generalmente una profonda gratitudine per il sostegno ricevuto, al punto da considerare il semplice fatto di sentirsi ascoltate e prese sul serio come una forma di riparazione a tutti gli effetti.

Conclusione

I dati 2025-2026 di DIAC tracciano il quadro di un razzismo antimusulmano che non risparmia nessun ambito della vita sociale in Svizzera, ma che grava in modo sproporzionato sulle donne musulmane, in particolare nel mondo del lavoro e nello spazio pubblico. Essi ricordano inoltre che la portata del fenomeno qui documentato rappresenta solo la punta dell’iceberg, poiché le persone che dispongono di risorse sociali e giuridiche rimangono le più propense a testimoniare. Il rapporto sottolinea infine l’importanza di un accompagnamento sia giuridico che psicosociale, nonché la necessità di potenziare le risorse destinate alle strutture specializzate come condizione per un effettivo accesso alla giustizia da parte delle persone toccate.

Bibliografia

Permanence e Osservatorio DIAC. (2025). Rapporto di attività 2025: documentare, accompagnare, sensibilizzare. Fondazione DIAC.

Per approfondire (risorse in libero accesso):
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Meriam Mastour

Meriam Mastour è giurista, specialista in diritti umani e direttrice dello Sportello e Osservatorio DIAC, fondazione ginevrina che lotta contro il razzismo antimusulmano.

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